Lettera da una collega
I CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) sono luoghi di detenzione amministrativa per stranieri non in possesso di regolari documenti, per i quali è prevista un’idoneità medica all’ingresso, secondo la Direttiva Lamorgese del 2022.
I certificati di idoneità, di competenza delle ASL su richiesta della Questura, sarebbero volti a escludere la presenza di malattie contagiose, patologie croniche o malattie psichiatriche incompatibili con il trattenimento, e sono spesso redatti da medici infettivologi o di pronto soccorso, a mezzo di visite spesso sommarie – per i ben noti problemi di organico e di tempi contingentati che gravano sul SSN – in assenza di mediatore culturale e in guardinga compagnia delle Forze dell’Ordine.
L’idoneità, a ben vedere, è più che altro tarata sul riconoscimento della capacità di vivere in una comunità ristretta, più che sulla capacità fisica e psichica di sopportare le reali condizioni di detenzione dei CPR, di cui spesso i medici redattori non sono a conoscenza, con il rischio quindi che patologie croniche invalidanti non siano neanche reputate incompatibili.
Alla luce di ciò, il rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) del 2026 sui CPR insieme ai comunicati della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) hanno come scopo proprio quello di esortare i singoli medici in tale posizione ad una “presa di coscienza”.
Ed è stata proprio questa presa di coscienza a diventare oggetto di una pericolosa ingerenza nell’autonomia professionale, di cui il caso di Nicola Cocco offre un triste quanto didattico esempio: il dott. Cocco si sarebbe fatto portavoce di una campagna di formazione rivolta ai medici, tesa a diffondere tra gli operatori una maggiore consapevolezza del significato di quei certificati, tanto più necessaria considerando che, una volta all’interno dei CPR, ottenere una valutazione sanitaria indipendente apparirebbe ben più difficoltoso.
Infatti, una volta all’interno, il resto dei controlli medici è delegato ai medici dell’Ente Gestore, che non sono dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, come avviene invece persino negli Istituti Penitenziari, con tutti i potenziali conflitti di interesse che una simile configurazione lascia immaginare.
In teoria all’interno del CPR è fatta salva la possibilità per il soggetto di richiedere in ogni momento la revisione dell’idoneità al trattenimento, ma le testimonianze raccolte segnalano la difficoltà, da parte dei detenuti, di richiedere l’intervento del personale medico, fino alla necessità, secondo alcune testimonianze, di “accendere il fuoco” o provocarsi gravi lesioni per richiamarne l’attenzione, come segnalato dai numerosi casi di ingestione di corpi estranei presso i detenuti del CPR di Caltanissetta (rapporto TAI). A riprova della superficialità con cui tali certificati vengono redatti, il personale medico stesso dei CPR, come accaduto a Roma o a Brindisi, nel corso della detenzione ha dovuto revocare o rivedere la compatibilità per motivi sanitari.
Le campagne di sensibilizzazione e il richiamo a una maggiore consapevolezza medica sono così diventati, nell’ipotesi accusatoria “associazione per delinquere” e l’invito a certificare con maggiore scrupolo medico “falsificazione dei certificati”.
Ma, come sostiene lo stesso Cocco, il certificato falso sarebbe semmai quello che attesta un’idoneità che abilita il trattenimento di una persona in un luogo capace, con ragionevole prevedibilità, di aggravare una condizione di fragilità preesistente, certificando come compatibile proprio ciò che rischia di produrre un danno. Il paradosso diventa ancora più evidente alla luce della direttiva del Ministero dell’Interno del 20 gennaio 2026, espressamente dedicata al trattenimento nei CPR di “soggetti socialmente pericolosi”, finendo così per scivolare nella stessa definizione che Treccani dà di “campo di concentramento”: luoghi di internamento e restrizione della libertà personale per civili considerati pericolosi per l’ordine interno.
Da qui, per il medico, una domanda inevitabile: chi è davvero idoneo a un campo di concentramento? Esistono forse individui talmente sani da potersi permettere un maltrattamento istituzionale che intacchi, ma non troppo, la loro salute psico-fisica? Perché è questo il paradosso deontologico: al medico viene chiesto di certificare che una persona possa essere esposta a un ambiente che egli stesso ha ragione di ritenere patogeno e, contemporaneamente, di non considerare quel rischio come parte del proprio giudizio clinico. Su questo presupposto, la conclusione diventa inevitabilmente medica, prima ancora che politica: è clinicamente difficile spiegare chi possa essere idoneo a un luogo che produce malattia.
Da tale riflessione deriva una solidarietà, oltre che personale, anche deontologica ai colleghi coinvolti, che hanno onorato il Giuramento di Ippocrate (che ha pure una valenza giuridica). La sola soluzione rispettosa dei nostri doveri verso i pazienti è la lotta per la chiusura di tutti i CPR, luoghi di discriminazione e oppressione che non possono essere salubri per nessuno.

