Champagne Supernova

Area Necchi: e dobbiamo anche ringraziarli?

Un panorama desolante

Come molte città italiane, Pavia è ormai senza un vero e proprio tessuto industriale. Restano i capannoni, ma le grandi fabbriche che davano lavoro a migliaia di persone non sono state sostituite con nulla.

La SNIA Viscosa era stata installata nei primi anni ‘20 del XX secolo su un’area di 180mila mq nella zona di Pavia Est ed era arrivata ad occupare fino a 3000 dipendenti, diventando un gigante nella produzione di rayon (fibra di viscosa). Per sessant’anni ha impestato con i suoi miasmi mezza città e, quando ha chiuso i battenti nel 1982, ha lasciato una vasta area inquinata ed un prezioso patrimonio di archeologia industriale. Nel corso degli anni poi questo spazio è stato recuperato solo parzialmente, mentre la maggior parte dei capannoni è diventata la disgraziata soluzione improvvisata di chi non poteva permettersi un alloggio degno di questo nome. La situazione si era particolarmente aggravata nel 2007 con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea e l’arrivo di nuclei familiari di popolazioni rom che avevano trovato in quel luogo un posto per provare a sopravvivere in condizioni di estremo disagio. Fu allora che la famigerata sindaca del centro sinistra Piera Capitelli pensò di risolvere il problema dell’emergenza abitativa e sanitaria in maniera muscolare, deportando i rom e demolendo strutture vincolate dalla soprintendenza e dal piano regolatore in quanto elementi di archeologia industriale. Il processo era stato fermato dall’intervento della società civile. Da allora l’area è stata abbandonata fino allo scorso anno, quando l’asta per l’acquisto è andata non più deserta (nel corso degli anni si è partiti da un valore iniziale di 6 milioni di euro fino  all’ultima valutazione di 483.000 euro). Per la modica cifra di 362.000 euro, la cordata milanese Unicagreen 1 è riuscita ad aggiudicarsi il 61% del lotto (circa 104.000 metri quadri, con l’obiettivo di avviare la bonifica e la caratterizzazione ambientale dell’area entro l’estate 2026. Meno di un trilocale di nuova costruzione in zona.

La NECA (acronimo di NEcchi CAmpiglio, dalle sorelle Nedda e Gigina Necchi, figlie di Ambrogio ed eredi delle famose macchine da cucire, e Angelo Campiglio) sorgeva nell’area vicino alla stazione ferroviaria verso il Ponte di pietra. Iniziata come riseria, a cui si era accostato un oleificio, negli anni ‘60 del Novecento era stata acquisita dalla famiglia Necchi che ne aveva fatto una fonderia, legata all’azienda principale, dove si producevano radiatori e caldaie. Al massimo della sua produttività dava lavoro a 1000 dipendenti. Anche questa azienda ha poi subito la dura sorte che accomuna tutte le attività produttive in città ed era fallita nel 1995. Il lotto su cui sorgeva è considerata un’area di pregio e infatti da tempo oggetto delle mire di molti capitalisti. Nella competizione è risultata vincitrice la società Redo SGR spa finanziata da fondazione bancaria Banca del Monte che domina in città e che lega a sé i destini di molte realtà locali, dall’Università all’ospedale. La proposta, secondo la convenzione firmata con il Comune, è al momento quella di realizzare uno studentato da più di 700 posti, mitica foglia di fico dell’imprenditoria edilizia,  residenze, uffici, un albergo e un parco (Parco del Navigliaccio) su una superficie di 78.000 metri quadri.

Infine la Necchi vera e propria. Era la fabbrica più importante di Pavia, tra gli anni ’50 e ’60, è arrivata a impiegare circa 4.500-5.000 dipendenti. Era la fabbrica che era stata occupata durante il Biennio Rosso e che era stata protagonista delle lotte operaie in città negli anni Settanta. Tramontata l’era delle macchine per cucire, era stata riconvertita alla produzione di compressori per frigoriferi industriali.

Negli anni ‘80, nel quadro della deindustrializzazione rapida di Pavia, inizia la riduzione drammatica del personale e infine cessa le sue attività produttive principali negli anni 1993-1994  che preludono alla chiusura definitiva. Il ragionamento fin troppo evidente della proprietà, che era passata nelle mani del capitalista bresciano Beccaria (poi parlamentare di Forza Italia), era che conveniva sfruttare l’enorme area edificabile (112mila mq) per speculazioni immobiliari. Gli amministratori comunali dell’epoca promisero alla proprietà che piuttosto che convertire in residenziale le macerie della fabbrica «ci avrebbero fatto crescere le patate». Non è andata così: seppure le vicende anche giudiziarie di Beccaria gli hanno precluso quella strada, il capitale, che ha molta, molta pazienza, sta comunque ottenendo quel che voleva, e infine su quell’area ormai dismessa da decenni si è fatta strada la proposta di costruire un nuovo quartiere, che dovrebbe chiamarsi Supernova.

Champagne Supernova

Supernova è anche la società costituita per portare avanti questo progetto di riqualificazione da 200 milioni di euro. Il progetto, riassunto ai minimi termini ed epurato dei fronzoli propagandistici green e nelle foglie di fico “sociali”, consiste soprattutto nella costruzione di abitazioni di fascia alta per attirare ricchi milanesi che vogliono lasciare la metropoli e usare Pavia come dormitorio. Il quartiere sorgerebbe infatti presso la nuova stazione ferroviaria S13 che si ipotizza servirà a fornire collegamenti così rapidi da rendere la vita a Supernova equivalente alla vita in periferia di Milano. Si noterà che questa visione implicitamente assegna a Pavia il destino ineluttabile di orbitare improduttivamente attorno a Milano, per giunta diventando un buen retiro per la stessa borghesia o piccola borghesia milanese. Nel vuoto lasciato dalla deindustrializzazione si costruisce un monumento che celebra la capitolazione al declino.

A investire nel progetto troviamo l’imprenditore trentino Paolo Signoretti, che nelle intercettazioni telefoniche si vantava di avere messo le mani su un milione di metri quadri in varie città tra cui Pavia. Signoretti era intercettato perché coinvolto nell’indagine sui vasti traffici immobiliari del magnate René Benko, una specie di Berlusconi austriaco. Per questa indagine Signoretti è finito anche agli arresti domiciliari dal 3 dicembre 2024 al 4 febbraio 2025 (rimanendo poi con l’obbligo di dimora ancora per un mese), e le accuse rivolte all’organizzazione di speculatori immobiliari di cui fa parte erano piuttosto clamoroso: avere organizzato con metodi mafiosi un sistema per garantirsi appalti e favori dalle amministrazioni pubbliche. Signoretti ora fa la parte di quello che ne è uscito pulitissimo, ma la prova del nove la si potrà avere vedendo che metodi sta usando e userà a Pavia; e diciamo che finora, anche se con metodi sicuramente leciti, non sembra proprio venire da un pianeta diverso rispetto alle accuse.

A inizio 2026 è stato ufficializzato il grande ricatto: Supernova sostiene che per andare avanti nel progetto è necessario che il Comune di Pavia gli regali la costruzione di una “radiale” o “bretella”, cioè una strada parallela a via Olevano, che sarebbe costruita su quello che oggi è terreno agricolo nonché sull’area del piccolo parco Iolanda Nanni. La costruzione di questa via secondo i palazzinari è essenziale per servire la nuova area commerciale (che è vietato chiamare centro commerciale, ma è proprio molto simile a un centro commerciale) che sarà costruita nel nuovo quartiere. La spesa per costruire la radiale sarebbe di 9.650.000 euro, di cui metà sostenuta dalla Regione, ma comunque totalmente a carico della collettività.

Sulla radiale facciamo alcune banalissime considerazioni, che sono già state avanzate da varie voci critiche:

  1. Moltiplicare strade in parallelo non risolve nessun problema di traffico, anzi solitamente attrae nuovo traffico. Usare questa argomentazione per convincere gli abitanti di via Olevano che ciò risolverà gli imbottigliamenti è subdolo.
  2. In questo caso attirare nuovo traffico è lo scopo dichiarato.
  3. Se la nuova area commerciale non è un centro commerciale, perché preoccuparsi di facilitare l’afflusso di migliaia di clienti da fuori quartiere? Evidentemente non è un’area/centro commerciale creata per servire solo i nuovi abitanti di Supernova.
  4. C’è chiaramente una proliferazione di centri di grande distribuzione; aprirne un altro significa metterlo in competizione con quelli già esistenti, col rischio di trovarci con un’ennesima area dismessa, magari nell’area del Carrefour sulla Vigentina. L’irrazionalità sprecona di questo modello di sviluppo è evidente.
  5. Zero consumo di suolo era una promessa elettorale strappata al centrosinistra dai comitati civici che hanno affondato la variante Fracassi al PGT. Zero per noi vuol dire zero. Non è un astratto amore per il verde: consumare suolo significa dissipare una risorsa collettiva in modo sostanzialmente irreversibile, e non è accettabile farlo per costruire strade per servire l’ennesimo supermercato e opachi interessi privati.
  6. Supernova parla come se stesse facendo un favore ai pavesi, quando è abbastanza evidente che non si tratta di benefattori disinteressati e che semmai il favore glielo stiamo facendo noi. Chissà perché dovremmo pure pagargli la radiale.

Una visione nuova della città

Quest’ultimo punto merita un’osservazione ulteriore. Le aree dismesse sono un’altra risorsa collettiva, analoga alle aree vergini: permettono proprio di rivendicare lo zero consumo di suolo consentendo comunque la costruzione di nuove strutture urbane; semplicemente, queste nuove strutture, qualora davvero utili e necessarie, possono rimpiazzare le zone abbandonate in precedenza. Se il recupero di un’area dismessa implica il consumo di ulteriore suolo per costruire “bretelle” e, in seguito, altre infrastrutture come un nuovo ponte sul Naviglio, siamo da capo. Anche lo spostamento della nuova fermata S13, mettendola praticamente appiccicata alla stazione esistente, non risponde a nessuna logica razionale se non semplicemente al fatto di rendere più appetibile l’investimento Supernova.

Ci propongono di realizzare case che restano però molto al di là delle possibilità economiche della classe lavoratrice pavese (che ha un reddito medio di poco più di 25mila euro annui) o studentati che non sono altro che uno specchietto per le allodole. Infatti questi alloggi per studenti, come quello promesso nell’ex area NECA, non sono locazioni a canone calmierato o gratuito per venire incontro alle necessità della popolazione studentesca di Pavia ma sono mini appartamenti affittati a cifre da capogiro quando va bene o rivenduti come veri e propri appartamenti quando va male, come successo allo studentato dietro al Campus Aquae. Allo stesso modo, le attività commerciali che dovrebbero popolare questi nuovi quartieri si scontrano con un drammatico dato di fatto: la crisi salariale che comprime sempre di più i consumi e rende insostenibile l’attività commerciale dei negozi indipendenti.

Le aree dismesse non sono “una ferita nella città”, sono un patrimonio che possiamo lasciare ai posteri se non troviamo nulla di davvero utile da metterci. Abbandoniamo questa visione capitalista dell’area dismessa come uno “spreco” o un “peccato”; per i proletari di Pavia il dramma della Necchi, della NECA, della SNIA Viscosa è stata la chiusura della fabbrica, ma quei terreni adesso devono appartenergli per fare ciò che serve a loro. Se ai pescecani dell’immobile piange il cuore a vedere tante occasioni di lucro sprecate, che piangano pure.

La giunta Lissia è chiaramente in difficoltà su questo tema. Aveva vinto le elezioni promettendo di essere la prosecuzione delle battaglie dei comitati contro Fracassi, e ora sembra semmai la prosecuzione delle principali manovre urbanistiche dell’era Fracassi, trovandosi invischiato tra palazzinari e fondazioni bancarie fintamente filantropiche. Le chiacchiere ambientaliste stanno a zero se ai ricatti belli e buoni di questi signori dalle tasche profondissime si risponde sempre obbedendo.

Bisogna mobilitarsi per far saltare in primo luogo la radiale, nociva e costosa. Secondo noi è giunto il momento di andare a volantinare nei quartieri.

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